Traguardare

di Gino Pisapia

La bellezza non è insita in nulla; bisogna trovarla, con un altro modo di vedere, nonché un’idea più ampia del

significante, illustrata e vigorosamente rafforzata dagli usi molteplici della fotografia.

Susan Sontag, Sulla Fotografia. Realtà e immagine nella nostra società1

Traguardare, così come riportato alla voce del dizionario della lingua italiana, v. tr. [comp. di tra- e guardare], non com. – 1. Propr., guardare attraverso, ossia guardare un oggetto tra due punti di mira di uno strumento, in modo da allinearlo rispetto al raggio che va dall’oggetto all’occhio: si traguarda, per esempio, un bersaglio prendendo la mira con un’arma dotata di tacca e mirino. 2. Guardare di sottecchi, con le ciglia abbassate: il lume ha grave ormai degli occhi; Traguarda e dice: «Uomini dove siete?» (Pascoli); anche spiare, spingere lo sguardo (o, nell’esempio seguente, la luce) tra cose che facciano

2 impedimento: Il sol traguarda basso ne la pergola (Carducci) .

Ecco che il verbo assume un significato che va a definire l’atto del guardare, un’azione se vogliamo sotto moltissimi punti di vista, automatica, meccanica, un po’ come respirare, perciò spesso lo facciamo senza preoccuparci di quale o casa diventi il nostro punto d’interesse e perciò il soggetto-oggetto che costituisce l’obiettivo della nostra visione. Guardare tra, attraversare con lo sguardo, compenetrare con lo sguardo, fino ad oltrepassare, superando la soglia dell’ordinario gesto oftalmico per scavare nei dettagli che appartengono alla complessa costruzione che l’immagine ci offre.

Traguardare diviene pertanto il titolo del progetto specifico concepito da Giovanni Oberti per questa particolare occasione, attraverso il quale non prova a suggerirci una vera e propria chiave di lettura delle opere presentate ma una delle differenti possibilità interpretative che la visione ci offre per ampliare la nostra esperienza delle cose nel mondo.

1 Susan Sontag, Sulla Fotografia. Realtà e immagine nella nostra società (1978), tr. it. E. Capriolo, Piccola

Biblioteca Einaudi, Torino 2004, p. 149.

2 AA. VV., Dizionario della lingua italiana, a cura di G. Devoto – G. C. Oli, Le Monnier, Firenze 1971, p. 2525.

Una strada, questa, già battuta in precedenza dall’artista che non perde l’occasione per mettersi continuamente in gioco riformulando, modificando e accrescendo le personali abilità nel gestire materiali e tecniche spesso improprie per piegarle secondo le più

Oberti si muove in un territorio ampio, impervio e complesso all’interno del quale persegue la sua singolare ricerca alternando alla tradizione l’innovazione ma soprattutto spostandosi in un magma creativo che tiene insieme disegno, pittura, scultura, installazione,

disparate esigenze che i progetti richiedono.

Artista versatile, classe 1982 bergamasco di origine ma meneghino di adozione, cresciuto e formatosi – come del resto molti artisti della sua generazione – a stretto contatto con le tecnologie analogiche per poi spostare il proprio bacino d’interesse verso le più recenti e

aggiornate conquiste che il digitale ci mette a disposizione.

animazione e fotografia.

Come già scrivevo qualche anno fa « […] quest’intervento – come del resto Oberti ci ha da tempo abituati – intende affrontare ed analizzare la visione e con essa lo stretto legame che intercorre tra lo spazio e l’opera in un serrato gioco percettivo, frutto di repentine traslazioni del punto di vista, che si muove tra rimandi e similitudini legandosi al tempo e

3 alle forme in esso prodotte» .

Così facendo l’artista si allontana dalla “collettività” per produrre una nuova condizione attraverso la creazione di uno spazio-tempo alternativo, volendo supplementare, grazie al quale introdurre ulteriori possibilità di visione e d’interpretazione.
Tutte modalità, queste, che restano dentro all’arte e alle sue “categorie”, mettendole in forse, interrogandole e portandole al limite, all’interno di un’indagine che non intende affatto trovare la soluzione nell’immediato ma anzi forse la soluzione è solo l’epilogo ultimo nonché opzionale di una traiettoria definita da un persistente e riflessivo “esercizio” che

4
l’artista ripete, in maniera sempre diversa – come direbbe A.B.O. per massaggiare il

muscolo atrofizzato della vista – generante la visione, che soggettiva, si offre a traduzioni

multiple da parte dell’osservatore.

3 G. Pisapia, Paesaggi e figure della percezione, in «Arte e Critica» n° 85 anno XXIII (2016), p. 120.
4 A tal proposito se la differenza permette di cogliere l’essenza dell’Idea, svelandone la composizione fatta di rapporti differenziali e di singolarità ad essi corrispondenti per costituire ogni aspetto della realtà – sia essa virtuale o attuale – il concetto di ripetizione viene introdotto per poter rendere conto ad un tempo tanto del divenire delle cose quanto dell’esperienza che il soggetto ha di questo divenire. Si veda pertanto il complesso pensiero elaborato da Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione (1968), tr. it. G. Guglielmi, Raffaello Cortina Editore, Milano 1997, pp. 45 e seg.

Qui il racconto espositivo non chiama più in causa solo i limiti della nostra percezione ma prova ad interrogare la natura della percezione stessa, un approccio questo che avvicina l’atteggiamento di Oberti a quello assunto dagli artisti concettuali americani degli anni ’60,

primo fra tutti Robert Barry.

Il progetto Traguardare è perciò da intendersi come la tessera recente di un più ampio mosaico della produzione dell’artista, che a partire dall’osservazione della società contemporanea e delle relative connessioni oggettuali e cronologiche, analizza attraverso

le immagini aspetti tanto evidenti quanto nascosti della vita di tutti giorni.

Conscio di tutto questo, l’artista adotta un atteggiamento di “sopravvivenza”, rispetto alla crescente e incontrollabile produzione di immagini, utilizzando quanto la straordinaria banalità del quotidiano gli mette a disposizione per farne oggetto di riflessione e soggetto

artistico.

Questo ciclo di fotografie – presentato qui per la prima volta – fa parte di un più nutrito

corpus di immagini scattate con una fotocamera digitale istantanea.

Il dispositivo fotografico istantaneo, viene qui assunto secondo la filosofia machiavelliana diventando non solo il mezzo – preferito per questa tipologia progettuale – per raggiungere lo scopo finale quindi l’obiettivo ma la possibilità di esperire liberamente attraverso la tecnologia le immagini casuali esistenti o le “composizioni” volutamente ri-cercate tra le

visioni di tutti i giorni.

Facendo leva su questi elementi e muovendosi in una comfort zone compresa tra l’elevata

quantità di immagini prodotte dalla società di massa5 e la diffusione esponenziale a costi democraticamente sempre più accessibili della tecnologia, Oberti prova a fare un passo

indietro mettendosi sullo stesso piano di quanti producono immagini nel quotidiano.

Avvalendosi perciò di un dispositivo diversamente professionale l’artista esplora la realtà attraverso una visione fotografica che non vuole farci scoprire la bellezza in ciò che ognuno vede ma trascura ritenendola troppo banale e nemmeno la bruttezza o le meraviglie già conosciute che appartengono al mondo, ma al contrario vuole offrirci la

possibilità di suscitare interesse con nuove decisioni visive.

Ecco che negli scatti in bianco e nero raccolti in Traguardare l’immagine pare emergere,

silenziosa e rarefatta da un campo cromatico “morbido”, che per effetto della modalità

5 Rimando all’approfondimento dell’argomento trattato da Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della

sua riproducibilità tecnica. Arte e società di massa, tr. It. di E. Filippini, Einaudi, Torino 1998.

automatica di messa a fuoco del dispositivo digitale adottato, da sfondo assurge a soggetto, invertendo la canonica visione che secondo le regole percettive ci portano solitamente a considerare le figure in primo piano come soggetto dell’immagine e quelle in

secondo come sfondo e quindi come completamento della composizione.

Nel realizzare questi scatti, Oberti, non adotta né un approccio scientifico né il rigore matematico che più si addice a colui che intende catalogare o classificare soggetti, ma anzi ne emerge una sorta di conoscenza empirica che ci mette di fronte al suo sguardo

poetico della realtà.

Perciò muovendosi da osservatore curioso, a tratti distratto come un flâneur si aggira tra le “composizioni” che gli si configurano dinanzi per offrirsi alla sua personalissima decisione

visiva prima di essere condivise con il mondo come nuove immagini.

Da questo momento in poi il soggetto fermato per sempre nello scatto fotografico viene acquisito ad altissima risoluzione per ottenere un’immagine il più precisa possibile che successivamente verrà stampata ingrandita di una decina di volte rispetto all’originale ed

esposta nella sua semplicità.

Direttamente appesa alla parete, libera e morbida nella sua consistenza fisica, senza alcun hardware esteticamente accattivante o protettivo come la cornice, proprio per evidenziare e sottolineare ulteriormente il valore che l’artista attribuisce alla pura immagine

priva di mediazione visiva se non quella dell’artista che l’ha messa al mondo.

Ecco che lo scarto ottenuto tra l’istantaneità della foto prodotta e la sua trasposizione indiretta – perciò l’ingrandimento in un tempo diverso – su un supporto nuovo e altro va in un certo qual modo a neutralizzare ab ovo la rapidità funzionale del dispositivo stesso

avvicinando paradossalmente il processo digitale a quello analogico.

E grazie a questo gioco di inversioni tecniche l’artista lentamente fa emergere una realtà a tratti inedita non di ciò che non riusciamo a vedere ma di quanto rinunciamo a cercare. Analogamente è quanto si verifica nell’immagine in edizione e stampata in tiratura limitata su questo prezioso foglio che diviene parte integrante del progetto espositivo offrendosi come viatico alla lettura delle opere. Ecco stagliarsi su di un fondo disomogeneo bianco sporco un piccolo segno, anzi due, forse sopracciglia o piccoli archi, che però a meglio guardare ci accorgiamo trattarsi di un gabbiano che solca il vuoto cielo e rinnova quella dedica apposta da Richard Bach in apertura del suo romanzo «Al vero Gabbiano Jonathan

6
che vive nel profondo di tutti noi» . E se Bach utilizza il Gabbiano come metafora della vita

e soprattutto di libertà, Oberti lo sceglie per indicarci un’alternativa alla visione e ricordarci

che lo sguardo libero è capace di schiuderci nuove e inedite possibilità di Traguardare.

6 Richard Bach, Il Gabbiano Jonathan Livingston, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2014.

 

 

Traguardare 

by Gino Pisapia 

beauty is not inherent in anything; it is to be found, by another way of

seeing—as well as a wider notion of meaning, which

photography’s many uses illustrate and powerfully reinforce.

Susan Sontag, On Photography

 

Traguardare, as reported in the dictionary entry of the Italian language, v. tr. [comp. di tra- e guardare]. 1. Propr., guardare attraverso, ossia guardare un oggetto tra due punti di mira di uno strumento, in modo da allinearlo rispetto al raggio che va dall’oggetto all’occhio: si traguarda, per esempio, un bersaglio prendendo la mira con un’arma dotata di tacca e mirino. (To look through, that is to look at an object between two points of sight of an instrument, in order to align it with the ray that goes from the object to the eye: for example, a target is taken aiming with a weapon with a notch and a viewfinder) 2.  Guardare di sottecchi, con le ciglia abbassate: il lume ha grave ormai degli occhi; Traguarda e dice: «Uomini dove siete?» (Pascoli); anche spiare, spingere lo sguardo (o, nell’esempio seguente, la luce) tra cose che facciano impedimento: Il sol traguarda basso ne la pergola (Carducci) (Looking sideways, with lowered eyes: the light has serious eyes now; He looks and says: “Men where are you?” (Pascoli); also to spy, to push the gaze (or, in the following example, the light) between things that are an impediment: The sun looks low in the pergola (Carducci).

Here then the verb takes on a meaning that defines the act of looking, an act which from many points of view is automatic, mechanical and a bit like breathing. We often perform it without worrying about what becomes our point of interest and therefore the subject-object that constitutes the objective of our vision. To look through involves looking between, penetrating with the gaze, going beyond, overcoming the threshold of the ordinary ophthalmic gesture to dig into the details that belong to the complex construction that the image offers us.

Hence Traguardare becomes the title of the project conceived by Giovanni Oberti for this particular occasion. He does not try to suggest a real interpretation of the presented works, but one of the different interpretative possibilities that vision offers us in order to widen our experience of things in the world.

He has been down this road before but still takes risks, reformulating, modifying and increasing personal skills in managing materials and techniques that are often unusual, and bending them according to the most disparate needs of projects.

Oberti moves in a wide, impervious and complex territory within which he pursues his singular research, alternating tradition with innovation but above all moving in a creative magma that holds together drawing, painting, sculpture, installation, and the disparate needs of projects.

A versatile artist, born in 1982 in Bergamo but Milanese by adoption, he grew up and trained, like many artists of his generation, in close contact with analogue technologies. Then his interest shifted to the more recent achievements and possibilities offered by the digital: animation and photography.

As I wrote a few years ago “[…] this intervention – as indeed Oberti has long accustomed us to – intends to face and analyze vision and with it the close link between space and work in a tight perceptive game, the result of sudden translations of point of view, which moves between references and similitudes, linked to time and the forms produced in it.”

In this way the artist moves away from the “collectivity” to produce a new condition through the creation of an alternative space-time, in an attempt to add something and therefore introduce further possibilities of vision and interpretation.

These are all modalities that remain inside art and its “categories”, questioning them and pushing them to the limit, within an investigation that does not aim to find an immediate solution. But perhaps the solution is only the ultimate and optional epilogue of a trajectory defined by a persistent and reflective “exercise” that the artist repeats, in a different way – as ABO would say to massage the atrophied muscle of sight – generating subjective vision, which offers itself to multiple translations by the observer.

Here the exhibition narrative no longer simply calls into question the limits of our perception but tries to question the nature of perception itself, an approach that brings the attitude of Oberti closer to that assumed by the American conceptual artists of the 60s, and indeed of Robert Barry.

The project Traguardare is therefore to be understood as the recent card of a broader mosaic of the artist’s production. Considering contemporary society and its objectual and chronological connections, it analyzes both the evident and hidden aspects of everyday life through images. Conscious of all this, the artist adopts an attitude of “survival”, with respect to the growing and uncontrollable production of images, using what the extraordinary banality of daily life makes available to make it the object of reflection and artistic subject.

This cycle of photographs – presented here for the first time – is part of a larger body of images taken with an instant digital camera. The instantaneous photographic device is here assumed according to Machiavellian philosophy, becoming not only the medium – preferred for this type of project – to reach the final purpose hence the goal but the possibility to freely experience the existing random images or the “compositions” deliberately search for them from among everyday visions.

Leveraging these elements and moving in a comfort zone between the high quantity of images produced by mass society and the exponential diffusion with costs democratic that are always more and more accessible than those of technology, Oberti tries to take a step backwards by putting himself on the same level as the images produced everyday.

Making use of a different professional device, the artist explores reality through a photographic vision that does not want us to discover beauty in what everyone sees but rather neglects this idea, considering it too banal and not even the ugliness or wonders already known that belong to the world. On the the contrary wants to offer the possibility of arousing interest with new visual decisions.

Here in the black and white shots collected in Traguardare the image seems to emerge, silent and rarefied by a “soft” color field – the result of the automatic focusing mode of the adopted digital device, which from background to subject, inverts the canonical vision that according to perceptual rules usually leads us to consider the foreground figures as the subject of the image and those in the background as secondary and therefore as completion of the composition.

In making these shots, Oberti does not adopt either a scientific approach or the mathematical rigor that best suits the cataloguing or classification of subjects, but rather what emerges is a sort of empirical knowledge that puts us in front of his poetic gaze of reality. Therefore, moving as though a curious observer, sometimes distracted like a flâneur, he wanders among the “compositions” that appear before him giving into his own very personal visual decision before sharing it as new images.

From this moment on the subject, forever still in the photographic shot, is acquired at high resolution to obtain an image that is precise as it is possible, and that will subsequently be printed enlarged about ten times compared to the original and exposed in its simplicity.

The value that the artist attributes to the pure image devoid of visual mediation (if not his own), is emphasized by the fact that work directly hangs on the wall, free and soft in its physical consistency, without any aesthetically appealing or protective hardware like a frame.

Here, the gap between the instantaneousness of the photo produced and its indirect transposition – therefore the magnification in a different time – on a new medium and another is to some extent neutralize the functional rapidity of the device itself by paradoxically bringing the digital process closer to the analogical one.

And thanks to this game of technical inversions, the artist slowly brings out a reality that is at times unprecedented, not of what we cannot see but of how much we give up trying. Similarly it is what occurs in the image printed in limited edition on this precious sheet that becomes an integral part of the exhibition project, offering itself as a means of reading the works. Here on a dirty white uneven background a small sign, or rather two, stand out. Perhaps it is eyebrows or small arches, but looking more closely we realize that it is a seagull that plows the empty sky and renews Richard Bach’s dedication at the opening to his novel “To the real Jonathan Seagull, who lives within us all”. And if Bach uses the Seagull as a metaphor for life and above all for freedom, Oberti chooses it to show us an alternative to vision and to remind us that the free gaze is able to open up new and unprecedented possibilities of Traguardare.